Nata da una nobile famiglia genovese, vive a Genova fino a cinque anni dove frequenta la prima elementare all’Istituto Sacro Cuore, e in seguito in Val Camonica, dove la famiglia è obbligata a sfollare, dopo aver vissuto tra un rifugio e l’altro sotto i bombardamenti dal mare, da uno dei quali fu salvata con la mamma dalle macerie del palazzo crollato. Il padre, come general manager di un complesso metallurgico con sede in quel luogo, non poté risparmiarle i traumi delle atroci vicende naziste, che si svolgevano sia in quella valle, che in Val Trompia, dove si spostava ospite di zie e cugini impegnati nella lotta civile partigiana. In prima liceo vince il premio di disegno stanziato dal Comune di Genova, dove viene educata molto severamente all’ Istituto Sacro Cuore come interna, sempre considerata però indisciplinata e ribelle. Lì vince il I° premio nazionale per il tema più interessante svolto sul confronto tra la “donna angelicata” del Petrarca e la donna “moderna”… Quasi di nascosto, inizia subito a misurarsi con musica e disegno, suonando al pianoforte qualsiasi melodia riesca a carpire dal mondo esterno, senza alcuna cultura di spartito.

Frequenta il “Teatro alla Scala” di Milano, dove suo padre l’accompagna, con speciali permessi di uscita dal Collegio, ogni qualvolta ci sia un importante Première d’Opera o un concerto. Frequenta così, da adolescente, casa Toscanini e casa De Sabata, insieme a critici e scenografi. Conosce la Tebaldi e Maria Callas, che applaude alla prima prova in palcoscenico di “Norma” alla Scala con la direzione del maestro De Sabata, insieme a sua figlia, la cara amica Eliana: sole, in platea, con il sovrintendente Ghiringhelli. Una giornata indimenticabile. Il padre la inizia e la sensibilizza continuamente all’arte, accompagnandola a 10 anni a Genova alla prima mostra di pittura che la impressiona moltissimo: “Surrealismo e Metafisica”. Continua il Liceo classico all’Istituto Sacro Cuore e all’età di 17 anni torna in famiglia a Milano. Sposa uno dei più prestigiosi industriali di macchine tessili, Dario Carniti, che la travolge in una dinamica di respiro  internazionale, e dal quale avrà tre figli : Barbara, oggi psicologa e scrittrice,  Arturo, fotografo artista jazzista e Marco, regista lirico, teatrale e cinematografico, con il quale collabora spesso nella scenografia e nei costumi. Dal 1956 al 1970 visita gli USA e soggiorna spesso a New York, dove assiste alla nascita delle varie avanguardie locali, tra la West Coast e la East Coast. Viaggerà poi in tutto il mondo: negli anni ’60 e ’70 si reca quattro volte in Russia ed è tra i primissimi italiani ad entrare in quel Paese. Visita il Giappone. E sempre dal 1960 al 1970 si reca più volte a Città del Messico, Brasile, Uruguay, Cile, Argentina, Nord Africa e Sud Africa, seguendo mostre e visitando musei, interessata alla vita artistica e all’architettura, sempre però disegnando su piccoli foglietti di carta che poi risusciterà nelle sue progettazioni. Incoraggia personalmente diverse correnti artistiche, soprattutto Italiane, seguendo Tacchi, Pascali, Ceroli, Schifano, e appoggiando con entusiasmo il prestigioso premio Golin, del quale apprezza la famosa mecenate, Mrs.Golin, che in quel momento aiutava l’avanguardia Italiana. Assiste così fin dall'inizio al successo della Pop-art, seguendo i vari Liechtestein, Jasper Jones e Andy Wharol, che ospitò nella sua casa di Celerina a St. Moritz. Un’interessante e struggente carrellata di questi anni “ruggenti” li leggiamo in un’ampia collezione di foto personali, stampa e giornali dell’epoca. Frequentando le varie mostre internazionali, si commuove di fronte al primo oggetto di design italiano apparso al Museo di Arte Moderna a New York: la sedia disegnata dall’architetto Italiano Aldo Jacober, appesa in una teca.

Successivamente lo incontrerà e collaborerà con lui in vari progetti. Prendendo appunti, schizzi e impressioni ovunque, è aiutata da una lunga e spontanea abilità nel disegno ma sempre interessata all’immagine e allo spazio. Entusiasta di Brasilia, Pedregal a Città del Messico, Park Avenue e della giovane Architettura underground, osserva e schizza interni californiani, dace russe, linee e volumi naif delle 360 chiese e monasteri di Zagorsky e soprattutto l’insuperabile, elegante rigore dell’aristocratico centro di Leningrado, che la colpisce nel 1963: l’architettura italiana in Russia e gli interni equilibrati, anche se apparentemente troppo sontuosi, la emozionano a tal punto da farle prendere la decisione di operare nel campo degli spazi nonostante sappia -essendo autodidatta- di non potersi affidare ad una laurea.

Continuando a stimolare curiosità ed immaginazione in ogni espressione del vivere e dell’arredamento, arriva al design privato, impegnandosi a ridare vita al design artigianale, ignorando l’inflazione di quello industriale. L’Europa la stimola sia culturalmente, che artisticamente. Rivisitando poeticamente la Bauhaus dal 1973 al 1980, si riconsegna alla memoria della Scuola Viennese di Hoffman, Loos, Wagner, Kolo Moser, Makintosh che le danno alcune conferme essenziali.

Prima di iniziare concretamente la sua attività di interior designer, frequenta per un anno lo studio dell’architetto Caneva: l’anziano grande maestro, decano dell’architettura, riconosciuto protagonista nella ricostruzione della Milano post-bellica. Questo stage le permette di acquisire tecnica e dimestichezza nei cantieri e funzionalità nelle esigenze della casa.Nel 1970 inizia la sua reale solitaria attività che continuerà a Roma dove, risposatasi al Prof. Giovanni Bollea, fondatore della neuropsichiatria infantile italiana, vivrà e opererà in via Salaria.

Per gli interni e le varie ipotesi di rappresentazione, decide il progetto che poi discute con le imprese di costruzione e gli artigiani, mentre per le progettazioni di esterni collabora con architetti ed ingegneri, che trovano le necessarie soluzioni tecniche, portando a termine quanto disegnato da lei artisticamente. Ogni dettaglio è sempre seguito da lei personalmente. Dipinge così pareti, mobili e tessuti che acquista grezzi e poi ripropone. Sui muri da scenografare inventa continuamente tecniche speciali. Giunge così a quel coinvolgimento e distacco a tappe lungo la storia dell’arte moderna,

rivissuti con la meraviglia di un bambino che punta il dito su ciò che più gli piace: scavalcando periodi, fasi, allacci e passaggi che escludono tutto quanto non appaia abbastanza magico. Una singolare performance che contiene già le Vibrazioni e le preveggenze dell’arte contemporanea. Un mondo a parte, un puzzle non finito da riempire e saldare come si vuole: sovrapponendo, glissando e scivolando nel futuro. Un disinvolto agonismo con la razionalità della casa, vista sempre e però come testimonianza.

Il ricordo dei grandi del ’900 ravvivato dalla sua semplicità, non apre però a nessuna ideologia, ma soltanto alle Emozioni vissute all’interno della sua cultura e della sua storia personale.

Nel 1992, Giorgio Strehler evidenzia così l’importanza del libro “Interni Fantastici”, che raccoglie una parte dei suoi lavori, con la presentazione di Paolo Portoghesi, Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfless, Luisa Spinatelli ed Ettore Mocchetti i quali dichiarano il suo stile come vera scenografia teatrale proposta all’interno della casa.

Strehler ne ospita la presentazione all’interno della scena del I° atto del “Come tu mi vuoi” al Piccolo Teatro di Milano. Nel 1996 viene chiamata a Bonn dal Sovrintendente Giancarlo Del Monaco per le scene ed i costumi di “Romeo e Giulietta” di Gounod. Qui unisce il suo talento a quello del figlio, Marco Carniti, regista di lirica e prosa, oggi affermato in campo internazionale. Insieme alla sua regia, ottiene così quel successo che li porterà all’Opera di Washington, sotto la Sovrintendenza di Placido Domingo: scene e costumi arriveranno poi a Los Angeles e Honolulu.

Al teatro “La Fenice” crea i costumi per il balletto “Scarpette Rosse”, protagonista  Margherita Parrilla per la regia di Capitani. Sempre con il figlio Marco in regia, realizza quindi 300 costumi al teatro dell’Opera di Trieste per “La Duchessa di Chicago”, opera in tre atti di Emmerich Kàlman. Progetta un’idea di immagini molto singolari per i costumi della “Bisbetica domata” di Shakespeare, per la regia di Marco Carniti a Roma.

Le sue opere pubblicate ricevono visibilità da radio e tv americane e dalla televisione italiana e tedesca che l’hanno spesso ospitata nei close-up sul suo lavoro.

Nel luglio 2005 ha ricevuto nel “giardino segreto” di Via Giulia a Roma,  insieme a  Carla Fracci,  il premio “In Scena” come evento conclusivo della mostra “Divina Callas”, per “rilevare al grande pubblico l’attività di una custom and set designer, che ha contributo al successo di opere meritando, per una volta, di ricevere applausi a scena aperta”.

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Marika Carniti Bollea     –       Biografia